Note e riflessioni

Il nulla-la morte

Heidegger nei Quaderni neri: Il nulla – è più elevato e più profondo del non-ente”, e subito dopo: “Il non-ente – che è meno di nulla – perché espulso dall’essere che annienta tutto l’ente”. Non sto a scandagliare l’antro heideggeriano. Ne assumo la suggestione. Il nulla di fatto è qualcosa: è pronunciabile come concetto, come idea. Più di ni-ente. Persino come immagine. È il non-ente che è impronunciabile e irrafigurabile se non nella forma di un ente che non è. Di un ente che è morto. Che è cadavere.
Non essere più. Il non-ente allora come grande nulla, che è l’opposto del nulla che è qualcosa che è. Di un nulla positivo.
Non-ente, la morte in sé. Paradossale ontologia della morte: l’essere della morte. Non è più. Expedit.

Ybris di Adamo, rompere il divieto divino? Oppure la necessità di infrangere il divieto per conoscere la morte e dunque diventare umano?

Attraverso il gioco il bambino domina l’angoscia dell’assenza, come ha raccontato Freud nell’episodio del “Fort…da” in Al di là del principio di piacere: il bambino butta via un rocchetto e esclama “Fort”, via, e poi lo ritira esclamando “da”, qui. La sparizione e la riapparizione della madre rappresentata dominata nel gioco. Anche la sensazione della morte è presente nel gioco infantile. È presente anche nel gioco adulto: “Il colpo di dadi” di cui parla Eraclito e di cui parla anche Mallarmé, che dice appunto che comunque “non abolirà il caso”, l’emergere o l’irrompere nella foresta degli eventi dell’evento. Un fort senza da.

Quando con la morte arriva il sapere compiuto, come dice Bataille, noi non sappiamo più nulla. Il sapere cessa con noi. Sperare almeno che l’evento abbia luogo in un affievolirsi dell’energia vitale, della vita, mantenendo abbastanza tesa la mente, la lucidità per dire: “Ecco sta arrivando la morte. Tra poco sarò morto”.
Orrendo e spaventevole l’idea di precipitare in un attimo nel niente: nel diventare niente, nell’essere niente, senza averne la coscienza.
L’orrore dell’espressione: “È morto senza rendersene conto. Non ha sofferto.”

Bataille rielabora un aneddoto riportato da K. Rosenkranz nella sua Vita di Hegel: “Uno dei suoi allievi [di Hegel], quello che forse più l’aveva capito, uscendo oppresso da uno dei suoi corsi aveva scritto che gli era parso di sentire la Morte in persona parlare dalla cattedra” (Œuvres complètes, II, Gallimard, Paris 1970, pp. 322-323). Qui è tutto il senso dell’attrazione che Bataille provava per Hegel. Qui è il senso della mia attrazione per Bataille. In realtà il commento dello studente riportato da Rosenkranz (Vita di Hegel) era rivolto al lutto legato al tramontare dei sistemi che Hegel aveva esposto, per finire la lezione con l’affondamento di Schelling.

Alexandre Kojève nell’Introduzione alla lettura di Hegel (a cura di G. F. Frigo, Adelphi, Milano 1996), insegue ossessivamente l’idea della morte e della fine nella filosofia di Hegel: “Il Soggetto del Discorso rivelante quest’Essere e se stesso, cioè l’Uomo, ha per fondamento ultimo la Negatività.” L’uomo è dominato nel suo esser dalla Negatività. Il superamento, cioè il ricongiungersi in totalità del soggetto e della sostanza, avviene alla fine dei tempi (pp. 658-659). Ateismo palingenetico.

Kojève (p. 669). “L’Uomo ‘appare’ come un essere sempre cosciente della propria morte (…). La filosofia ‘dialettica’ o ‘antropologica’ di Hegel è, in ultima analisi’, una filosofia della morte (o, che poi è lo stesso, dell’ateismo).
P. 670: “L’accettazione senza riserve, o della finitezza umana cosciente di se stessa, è la fonte ultima di tutto il pensiero hegeliano (…). Così Sapere assoluto hegeliano o saggezza e accettazione cosciente della morte, intesa come annichilimento completo e definitivo, fanno tutt’uno”.

Tener fermo il mortuum, sostare in esso, sopportare la morte e conservarsi in essa. Hegel-Kojève.

P. 680: “Ma, se l’Uomo è Azione e l’Azione è Negatività che ’appare’ come Morte, l’Uomo non è, nella sua esistenza umana o parlante, che una morte più o meno differita e cosciente di se stessa. (…) Hegel sa “che la morte ‘è ciò che c’è di più terribile’ e che l’accettazione della morte è ‘ciò che esige la forza maggiore’”. Ma solo pensando, parlando la morte ”il discorso” è cosciente di se stesso, della propria origine. C’è chi fugge la morte, la converte in nulla “come qualcosa che è”. Ma la vita dello Spirito non “si spaventa di fronte alla morte e si conserva in essa.” Lo spirito trova se stesso nella dilacerazione assoluta: tragicamente, sul bordo tagliente della morte.
C’è nel Kojève lettore di Hegel un compiacimento quasi erotico. K. accusa Bataille di essere pornografo. Kojève è anch’egli un pornografo, il pornografo della morte, a cui giunge a cavallo delle parole hegeliane trasformate in immagini. C’è godimento nell’affermare che “il Nulla che egli è” si manifesta a lui e mediante lui “come morte dell’esistenza”.

P. 689: “l’Uomo è la malattia mortale della Natura”

P. 709: “Dunque, in ultima analisi, la realtà umana è ‘la realtà oggettiva della morte’: l’Uomo non è soltanto mortale, è la morte incarnata; è la propria morte”.

Rilke portato al senso ultimo: la morte è il frutto attorno al quale si raccoglie la scorza della vita.

“La verità del desiderio è la morte” (R. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca, tr. it. di L. Verdi-Vegetti, Bompiani, Milano 1981, p. 249). Girard prosegue “ma la morte non è la verità dell’opera romanzesca”, ed elenca i “salvati” dei romanzi.
La morte è la verità dell’opera, sia quando essa si conclude, sia quando essa non si conclude. Anche quando, come osserva Blanchot per Kafka (e per se stesso), il personaggio, o meglio l’autore attraverso il personaggio, cerca – senza trovarlo - il diritto a morire. Ad avere la propria morte, quella che egli possa pensare come cosa sua.
È comunque la morte che scandisce il ritmo e tesse la trama.

Percorrendo Tumbas di Cees Nooteboom (tr. it. di F. Ferrari, Iperborea, Milano 2015) incontro queste parole di Nabokov da Cose trasparenti (p. 251): “E questa io credo, è la cosa: non l’angoscia grossolana della morte fisica, ma gli incomparabili tormenti della misteriosa manovra mentale necessari per passare da uno stato di esistenza all’altro”.
Da uno stato all’altro. E poi incontro su un lato opposto Simone de Beauvoir per la quale ogni morte è un atto di indebita violenza. Non uno passaggio, ma una lacerazione, anche se la stessa de Beauvoir di fronte al corpo morto di Sartre afferma che egli (o esso?) giaceva come giacciono tutti i morti. Come Ivan Il'ic nell’immenso racconto di Tolstoj

Quanto pesa la morte e quanto poco pesano i morti.

Incontrare il dolore, la vecchiaia e la morte è l’incrollabile confutazione della vita. Evitare però di farne una religione, il buddismo, e tanto meno una filosofia come quella di Schopenhauer.

Fare arte, ha scritto Maurice Blanchot ne Lo spazio letterario, è consegnarsi al fascino dell’assenza di tempo. E un’assenza di tempo sembra davvero l’aura che circonda le opere d’arte. Antigone non invecchia mai, Diotima parlerà per sempre d’amore, e per sempre la madonna sosterrà Gesù, il figlio morto, nella Deposizione di Giovanni Bellini a Brera, e gli occhi ciechi dell’Innocenzo X di Bacon continueranno a fissarci.
Tutto questo è vero, ma credo che il discorso di Blanchot si spingesse più oltre, là dove, forse, l’assenza di tempo è di fatto ciò che definisce lo spazio della morte, che è ciò che l’artista – secondo Blanchot - con la sua opera cerca di raggiungere. Ci sarebbe dunque una taciuta e nascosta intimità tra l’opera e la morte? La morte è la fine del tempo, ma se l’opera si pone nello spazio dell’assenza di tempo, l’opera pone paradossalmente se stessa e l’artista nella condizione di non poter morire. L’assenza di tempo è il tempo della morte, ma è anche inevitabilmente il tempo in cui nulla può più avvenire, nemmeno la morte. Stare dunque in prossimità alla morte, senza mai possederla, è l’esercizio dell’arte, come Blanchot ha detto della letteratura, che sembra proporsi come la conquista di “un diritto alla morte”.
È qui il cuore dell’enigma? Oppure possiamo leggere nel “tempo dell’assenza del tempo”, una perversione temporale, una delle tante perversioni temporali che costituiscono il tempo proprio dell’arte, in cui coesistono “tutte le possibilità, tutte le contraddizioni, tutti i modi in cui il tempo diviene tempo”, come dice ancora Blanchot ne il libro a venire.

Un rapporto con questa assenza di tempo nel “Manet” di Bataille? L’enfasi sul silenzio che – secondo Bataille - domina le sue opere, in cui ogni parola scompare. “Restano le macchie di differenti colori l’impressione sconcertante che un qualche sentimento avrebbe dovuto nascere dal soggetto [negato]: è la strana impressione di un’assenza”. Altrove B. parla di un delitto, come se questa assenza fosse stata provocata, appunto, da un delitto.
D’altronde gli occhi dei personaggi di Manet non guardano nessuno, non guardano nulla. I volti sono privi di espressione di qui l’assenza che sconcerta, l’assenza che ha scandalizzato i contemporanei. Figure frontali. Guardano me e non mi vedono. Seurat? Pontormo? Rapporto con il nulla, o con la negazione del nulla?

Goya, la fucilazione e la morte: l’attesa della morte, la morte dispiegata. Manet: la morte di Massimiliano, la vittima e gli uccisori. Come una natura morta, è stato detto. Manet di fatto ha affondato l’attesa della morte lacerante nel quadro di Goya. Ha ucciso non Massimiliano. Ha ucciso la morte .

Parmenide, fr. 8: così nascita si spegne e la morte rimane ignorata (…)
Nascita e morte sono state cacciare lontane e le respinse una vera ceretzza (tr. Reale)

Per esso (per l’essere) saranno nomi tutte
Quelle cose che hanno stabilito i mortali, convinti che fossero vere:
nascere e perire, essere e non essere
cambaire luogo e mutare luminiso colore

Nietzsche: Il ragno Parmenide

Il bello e il vero nel Simposio e nel Fedro simili: un’uguale feroce crudeltà